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Intervento di Paolo Cacciari a Firenze, sabato 19 aprile, durante l’assemblea convocata dall’associazione per una sinistra unita e plurale.

A fronte della catastrofe elettorale, bisogna evitare di aggiungere altri due errori ai molti che abbiamo già commesso.

Il primo, pensare che tutte le persone critiche verso questo modello di società e sistema politico siano di botto sparite o peggio siano diventare simpatizzanti delle destre reazionarie e del neoliberismo ben temperato, quando invece non dobbiamo dimenticare che le elezioni sono sempre di più un filtro deformante della realtà, non una libera espressione dei propri desiderata, ma un atto di delega coartato dai ricatti delle regole bipolariste e condizionato dalle paure di una crisi economica incombente che spinge al «si salvi chi può» che spinge ad affidarsi a chi appare più aggressivo nella difesa dei propri interessi immediati. «Presupposto della libertà è l’autonomia dalla necessità del bisogno» – mi pare dicesse Hannah Arendt – e non siamo certo in questa condizione. Il secondo errore sarebbe quello di pensare che il disastro elettorale abbia fatto piazza pulita delle esigenze di fondo che sono all’origine del progetto di dare vita ad un processo di autoaggregazione di un soggetto politico unitario e plurale delle sinistre.

Certo, è prevedibile che in questi giorni ci siano molti ripensamenti, in tutte le direzioni: repentini adeguamenti al nuovo ordine bipolare sotto l’ombrello del Pd [«Veltroni si faccia carico di noi»]; sono già scese in mare a raccogliere i naufraghi molte «scialuppe identitarie», che però scontano il fatto che il Novecento ci ha lasciato in eredità molti comunismi, molti socialismi, molti ambientalismi… ; infine ci dobbiamo aspettare anche «esodi» e abbandoni da qualsiasi progetto politico collettivo. Se siamo qui è perché pensiamo che nessuna di queste strade possa portare lontano.

Ma se vogliamo salvare il nostro progetto dobbiamo distinguere ciò che è andato definitivamente bruciato nel rogo elettorale, dalla Fenice che invece vorremmo prendesse il volo. Abbiamo imparato che: «soggetto unitario» non vuol dire giustapposizione di partiti che rimangono quelli che sono; «pluralismo e rispetto delle diversità» non vuol dire inimicizia, autismo, assenza di relazioni; «Arcobaleno» non vuol dire vestito a toppe di Arlecchino; «casa comune del popolo della sinistra» non vuol dire unificazione delle sedi dei comandi degli stati maggiori.

Dobbiamo rimanere ancorati all’impostazione originale, che non nasce per motivi tattici, congiunturali, ma ambisce a rispondere a una crisi politica della sinistra che viene da lontano e che è profonda e che io individuo nel progressivo distacco tra rappresentanze istituzionali e corpo sociale. Le prime sempre più imbrigliate nelle logiche sistemiche, totalizzanti dei poteri costituiti sia quelli economici [il produttivismo, che lascia spazio solo a conflitti redistributivi], sia quelli istituzionali [lo statalismo, che sequestra e monopolizza lo spazio della politica]. I secondi – i corpi sociali – sempre più segmentati, corporativizzati, spoliticizzati, facili prede del populismo e dei demagoghi dell’antipolitica.

Il progetto di un soggetto unitario e plurale delle sinistre, se vuole essere all’altezza delle necessità, deve prefiggersi obiettivi di grande portata, non bastano restauri, non servono soluzioni d’effetto, colpi di scena, ma processi aggregativi molecolari. Non abbiamo bisogno di direzioni eteronome. Probabilmente, non abbiamo bisogno nemmeno più del Partito, almeno nella forma con cui lo abbiamo conosciuto fino ad oggi: sovraordinato rispetto alle organizzazioni di massa, ai movimenti della società civile. [Consiglio la lettura del saggio di Pino Ferraris sull’ultimo numero di Alternative per il socialismo].

Quali sono allora i «nostri compiti»? Due e grandissimi.

Primo, provare a «dire» come immagineremo il mondo se dipendesse da noi, qual è la nostra idea di «società buona», la visione d’insieme di una società liberata dalla logica economica dominante. Un mondo capace di futuro, ospitale, equo, capace di ripudiare non solo la guerra, ma qualsiasi forma di violenza strutturale.

Secondo, provare concretamente a praticare queste trasformazioni, cioè provare a promuovere e sperimentare dal basso modalità pratiche e azioni politiche interamente intessute di legami sociali. Da dove partire? Su questo punto non ho dubbi. Esiste una galassia di gruppi di iniziativa sociale,a associazioni, collettivi, comitati popolari, rappresentanze sindacali di base, comunità sostanziali costituenti… che formano «anelli di solidarietà», reti nazionali e transnazionali, istanze di resistenza e di cittadinanza attiva diffusa, «reti territoriali di cooperanti autonomie». E’ possibile pensare a un processo collettivo plurale di autorappresentazione politica. Un processo «auto-catalitico» , direbbero i biologi che studiano la capacità antientropica insita della materia di autoorganizzarsi, di trasformarsi da forme primordiali a forme sempre più complesse. Un processo che dia forma a uno spazio pubblico aperto, condiviso, includente. Che sia anche efficace, capace cioè di contendere ai poteri costituiti [economici e politici] il monopolio della decisione. Una forza politica capace di promuovere in proprio trasformazione e negoziazione; un immaginario simbolico della «buona società» e una organizzazione che sia già il buon «vivere assieme»; una idea di modernità alla quale valga la pena contribuire personalmente e una etica civile che ridia senso alla politica. Insomma diamo vita a: «processi di produzione di coscienza e di idealità dall’interno dell’esperienza sociale del lavoro e della vita e nel corso dell’azione diretta delle grandi masse» [Ferraris]

Paolo Cacciari

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