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Da clandestini a cittadini - intervento introduttivo all'incontro Democrazia Chilometro Zero

L’incontro Democrazia Chilometro Zero è l’esito di un percorso iniziato circa un anno fa in Val di Susa. Molti di noi convennero allora che due cose fossero soprattutto urgenti, nell’attuale situazione politica italiana: scrivere un documento che fissasse un minimo di linguaggio e di analisi comune, avviare un processo di comunicazione e di contatto tra i movimenti di base, che operano nelle diverse realtà locali. Il documento, che penso ormai conosciate, è stato realizzato ed è la Carta per la Democrazia Insorgente, che trovate anche nella cartellina dei lavori. Quanto alla rete possibile e futura, siamo qui per discuterne e valutarne la possibilità.

Dei contenuti della Carta, nei dieci minuti a mia disposizione, posso dire poco. Ricordo che vi si parla di un passaggio, ormai quasi irreversibile, da una democrazia rappresentativa a una democrazia spettacolare, in cui i luoghi pubblici si riducono a una messa in scena, mentre le decisioni reali sono prese in luoghi paralleli e fuori controllo; che tutto ciò coesiste con la creazione di una Società Autoritaria, dal volto ferocemente gerarchico e razzista; che a questo regime occorre contrapporre “una parte dei senza parte”, una democrazia insorgente, che parta dal basso, dalle varie realtà di lotta locali e trovi le forme di una nuova iniziativa politica.

Quanto al secondo punto –la necessità di creare forme di comunicazione e di rapporto politico tra i diversi momenti di lotta- è a tutti evidente, credo, che lo stato d’urgenza non è cessato, ma è anzi diventato ancora più forte. Una parte del blocco economico-politico dominante sta infatti cercando di realizzare un ricambio almeno parziale del suo volto pubblico, offrendo un’immagine più affidabile e rassicurante per i poteri forti europei e le loro organizzazioni mondialiste. Forme politiche alternative a quelle dei partiti, ormai del tutto ridotti a messe in scena prive di reale partecipazione, si stanno aggregando intorno a “Fondazioni” di destra e di sinistra, dal programma simile, pronte a un governo di unità nazionale, capace di gestire con più decenza l’ordine e il dominio attuali. Da un lato, ciò equivale a sottrarre alle istituzioni e rappresentanze pubblicamente elette quel poco di rappresentatività che ancora possedevano, giacchè il lobbysmo viene addirittura consacrato come forma moderna della politica; dall’altra, il berlusconismo –col suo estremismo fascista e autoritario- si prepara a una disperata lotta per la sopravvivenza, in cui l’autoritarismo finora larvato rischia di diventare generalizzato e palese. E’ ancora difficile prevedere se prevarrà una gestione tecnocratica della crisi in atto, o piuttosto una gestione di tipo autoritario e razzista, ma questa è la triste alternativa, di fronte a cui ci pone l’elite dirigente nel nostro paese.

Di fronte a questa situazione, i vari partiti della Sinistra hanno mostrato tutta la loro inadeguatezza, continuando a credere che entrare nelle rappresentanze e istituzioni pubbliche, garantisse loro il potere di contrastare la deriva autoritaria in atto. Non hanno compreso che la società dello spettacolo le ha completamente svutotate di potere decisionale, mentre questo si trova ormai nelle logge, nelle fondazioni, nei comitati ristretti, nei consigli direttivi delle grandi banche e strutture mediatiche, e insomma nelle mani di una elite, indifferente e indipendente dal voto degli elettori. Il PD si è in parte adeguato a questa strategia, accettando la logica delle lobbyes e delle fondazioni. I partiti della Sinistra continuano a ricercare potere dove ormai non c’è n’è che l’ombra: negli apparati di Stato, nella rappresentanza parlamentare, in una sempre più mitica partecipazione a governi di centrosinistra. La loro organizzazione interna, i modi stessi in cui cercano di allearsi o di fondersi, conservano una logica centralista, che prevede il contatto e il rapporto fra i gruppi dirigenti e solo secondariamente la consultazione dei movimenti e delle realtà di lotta radicate nelle situazioni concrete.

A questa logica orientata alla forma partito; a quella delle fondazioni e delle lobbyes, proposta dai ceti dominanti più avveduti; al populismo fascistoide ora al governo, occorre opporre “la parte dei senza parte”, e cioè “la parte” di coloro che non sono rappresentati nelle istituzioni e non hanno una piena cittadinanza. Da essi può nascere la democrazia insorgente di cui si parla nel nostro documento. Essa deve darsi forme proprie di collegamento anche a livello nazionale, partendo dalla “coscienza dei luoghi” e dal rispetto per la loro autonomia e specificità: d’altra parte ogni movimento specifico, come quello della Val di Susa o di Vicenza, può aver bisogno, nelle difficiili contingenze politiche che si preparano, del sostegno e del supporto dei movimenti di altre parti del paese. Non si può pensare di sopravvivere in solitudine, di fronte alle ristrutturazioni di potere che si stanno configurando. Una forma di comunicazione dei propri programmi, delle proprie esigenze e difficoltà, e la creazione di una forma di “mutuo soccorso” è dunque la prima esigenza che scaturisce dalla situazione attuale. Si può immaginare già ora una forma di contatto, “un cerchio”(Sullo), che faccia circolare le informazioni, le notizie su seminari e incontri di livello nazionale, le richieste di aiuto e di mutuo soccorso, ove questo divenga indispensabile?.

Questa rete informativa dei movimenti non si porrebbe come supporto di alcun partito, non darebbe alcuna indicazione di voto nelle scadenze elettorali nazionali; nelle occasioni in cui avesse eletti nelle istituzioni locali, farebbe valere il principio del mandato imperativo (il delegato è vincolato alle decisioni del movimento sociale che lo ha eletto) e il diritto di revoca (sempre e comunque, su richiesta della maggioranza di chi lo ha eletto).

Sui contenuti politici da discutere insieme si comincerà a ragionare nei prossimi giorni. E’ prioritario per tutti, credo, ciò che nella Carta abbiamo chiamato il passaggio dalla clandestinità alla cittadinanza (con tutti i diritti politici e sociali) e l’organizzazione di forme di difesa e di integrazione per gli immigrati che lavorino sul suolo italiano; la difesa dei beni comuni del territorio e la loro gestione decentrata; la lotta contro la precarizzazione e lo svilimento del lavoro.

Vorrei concludere a questo proposito citando un passo della Carta per la Democrazia Insorgente: “Nel 1832, durante un processo, il rivoluzionario Auguste Blanqui, richiesto della sua professione, diede una risposta simbolica: «Proletario». Così costrinse la corte a riconoscere l’esistenza di un soggetto che in quanto tale non ne possedeva alcuna. Proletario significava infatti semplicemente colui che non ha nulla e non significa nulla; nella risposta di Blanqui, diventa un soggetto di diritti, che richiede il riconoscimento della propria eguaglianza… Cosa dovrebbe rispondere oggi un «senza parte» nelle stesse condizioni di Auguste Blanqui? Forse dovrebbe rivendicare con orgoglio simbolico di essere «clandestino», fuori delle leggi attuali dello Stato e disposto a lottare per un essere sociale in cui venir riconosciuto a pieno titolo «cittadino». Il passaggio dalla clandestinità alla cittadinanza è oggi un passaggio politico decisivo, e riguarda in primo luogo i migranti e gli esclusi, ma anche tutti coloro che una condizione crescente di precarietà priva di luogo, di radice, di legame a un ambiente riconosciuto e riconoscibile di vita; uomini e donne invisibili e senza potere, cui è stato sottratto, in senso letterale, il tempo futuro e –con esso- il respiro della speranza”.

Mario Pezzella

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