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Un gioco da bambini - Intervento introduttivo di Pierluigi Sullo all’incontro «Democrazia chilometro zero», 10 e 11 ottobre 2009, alle Piagge, Firenze.

Ci sono dei momenti in cui si percepisce con nettezza, magari con dolore, che qualcosa di fondamentale cambia, si incrina, o crolla. Per la mia sensibilità ed esperienza, siamo in momento così. Potrei sbagliare. Può essere benissimo che Berlusconi sia alla fine solo una parentesi, per quanto quindicennale, che la sua fine politica sia vicina e che la vita democratica di questo paese tornerà normale. L’aggettivo normale richiede una traduzione: diciamo, potremmo ritornare ad vivere in un paese il cui Stato, che tutela gli interessi generali, viene diretto alternativamente da partiti che effettivamente rappresentano parti sostanziali della società, in cui l’economia, grazie alla “green economy”, tornerà a crescere ma in modo meno distruttivo, un paese in cui le differenze – tra sud e nord, tra italiani e migranti, tra ricchi e poveri, tra giovani e anziani, tra uomini e donne – saranno governate con saggezza, in cui i beni comuni non vengano svenduti al capitale di corsa, in cui si obbedirà al precetto costituzionale che “rifiuta la guerra”.

Vi invito a riflettere seriamente su questa domanda, perché ne dipende il senso stesso della nostra riunione. Se si tratta di ri-democratizzare, dopo Berlusconi, i partiti e le istituzioni esistenti, per indurle a politiche economiche e sociali meno distruttive, o se al contrario il processo di svuotamento della democrazia, che ne ha fatto, come dice Mario Pezzella, uno “spettacolo” ad uso dei telespettatori-elettori, non abbia creato un sistema nel quale lobby e gruppi di potere politici ed economici, o politico-economici, fanno e disfano in sedi invisibili, aggiustando le leggi alle loro necessità. Fosse vera questa seconda ipotesi, il fenomeno chiamato Berlusconi non sarebbe che il più potente e il più pericoloso tra i gruppi di potere. Per dirne una, i No Tav e i No Dal Molin, che hanno visto arrivare i tecnici delle “cooperative rosse” per costruire la Tav e la base militare statunitense questo dubbio certamente lo nutrono.

Dunque, potrebbe essere arrivato il momento in cui lo spettacolo si trasforma in qualcos’altro, nell’affermazione esplicita e dura di un principato, o dominio, che non si cura più delle forme, dell’equilibrio dei poteri, dell’omaggio ipocrita alle virtù della rappresentanza. Che forme potrà prendere questo dominio credo non lo sappia nemmeno Silvio Berlusconi, ma è certo che la sua reazione alla sentenza sul Lodo Alfano è un assaggio di potere assoluto: parola da leggere nell’accezione latina, ossia “sciolto”, senza controllo, salvo la raccolta di consensi, di “clienti”, con i mezzi del marketing elettorale. Ma il degrado del sistema costituzionale non è a sua volta che la superficie di una sostanza sociale che subisce un governo imprudente e feroce della differenze e del rapporto con la natura. Siamo ormai un paese legalmente razzista, in cui vige un “liberismo di guerra” che impone lo”sviluppo” e le “grandi opere” con metodi antidemocratici, che si sta strappando tra sud e nord non solo in senso geografico ma sociale, culturale, religioso. Siamo un paese in cui, se esistesse un freno di emergenza, si dovrebbe trovare una mano abbastanza salda da tirarlo con urgenza.

E allora la domanda è: possiamo noi, e tutti quelli come noi, che sono molto più numerosi e consapevoli di quanto vorrebbero farci credere, quella mano? E ancora: se sapessimo come fermare il treno avviato verso il burrone, sapremmo farlo ripartire in un’altra direzione costruendo nuovi binari?

La mia risposta è: non lo so. La nostra storia degli ultimi quindici anni è apparentemente ritmata da delusioni. Movimenti che nascono e sembrano morire, uno dopo l’altro. Chiarezza su scopi che sembrano irraggiungibili. Nel caso del nostro lavoro, un “mezzo di comunicazione sociale” sì indipendente, che riesce a fare un sacco di cose, dal settimanale al quotidiano on line, alla campagna Clandestino, ai libri, ma sempre sull’orlo dell’estinzione come un bufalo nordamericano: e che fatica tenerlo in vita, far intendere che se non si vuole sentirsi inferiori di fronte alle potenze dell’economia, o della politica, lo stesso dovrebbe valere per l’informazione.

Però proviamo a ragionare al contrario. Mettiamo che le migliaia di aggregazioni cittadine che si esercitano sulle emergenze sociali e ambientali più diverse, dal razzismo alla pace, alla difesa del territorio, alla economia a corto raggio, e così via, non fossero a loro volta che le premesse di qualcosa di diverso, mai visto prima nell’esperienza dei movimenti sociali, popolari e ambientali. Che cioè alla trasformazione traumatica della democrazia liberale in un dominio senza controllo corrisponda, giù sotto nella società, l’elaborazione lenta di un nuovo modo di vivere della società, di decidere su se stessa, di avere a che fare con la natura, di tener fermo l’orizzonte vicino ma sapendo guardare a quello lontano perché in fondo dipendono l’uno dall’altro. Magari i fallimenti di questi anni li si potrebbe vedere come altrettanti esperimenti, mattoni grezzi utili al nuovo edificio. Ecco, il problema che abbiamo qui, oggi e domani, è secondo me decidere insieme se è vera la prima ipotesi o se è più realistica la seconda, se dobbiamo ri-costruire o al contrario costruire ex novo, se abbiamo bisogno di recuperare certezze andate perse o di visioni aperte sul futuro.

Faccio solo un esempio. Il 25 settembre scorso è accaduto qualcosa di interessante. Si chiamava Clandestino Day, una giornata di azioni contro il razzismo che era stata proposta dal mio giornale solo un mese prima e che ha finito per coinvolgere forse 400 organizzazioni sociali in una settantina di località. Noi non speravamo tanto, così ci siamo chiesti quali fossero le ragioni di un contagio tanto rapido. Le risposte che abbiamo trovato hanno a che fare con la comunicazione e con la forma della mobilitazione.

La comunicazione non è fatta solo di informazioni o di opinioni: è fatta prima di tutto di segni. Il Clandestino Day era stato preparato da un anno in cui in ogni modo – le magliette, gli adesivi, le copertine del giornale, dall’inizio di settembre un nuovo sito, e poi le spillette, le felpe, e così via – abbiamo reso popolare, noto a molta gente, il «logo» Clandestino. Che di per sé invita ad associarsi, a diventare complici di coloro che vengono sprezzantemente definiti in questo modo. Più o meno consapevolmente, ne abbiamo fatto il segnale di una condizione dell’esistenza, e della cittadinanza, di cui soffrono non solo i migranti, ma in generale i cittadini espropriati della democrazia. Dunque, ci siamo detti, abbiamo bisogno di segni capaci di comunicare la società che vogliamo.

Poi, nel successo del Clandestino Day hanno avuto un peso decisivo internet e insieme al carta stampata. Il nuovo sito Clandestino e quello di Carta, che ha un pubblico ormai superiore a quello di certi quotidiani, e la distribuzione «virale», come dicono i pubblicitari, di mail che in modo diretto proponevano contenuti e data della giornata, che hanno rimbalzato da mailing list a mailing list, da sito a sito, da radio a radio, fino a raggiungere almeno tante persone quanto quelle che avrebbero notato la cosa sul Corriere della Sera o sul Tg3. Allo stesso tempo, il settimanale proponeva lettura più lunga, approfondimento e racconto. Perciò, seconda lezione, abbiamo bisogno di comunicazione agile, circolare, coinvolgente.

Ma c’è un terzo motivo per cui il Clandestino Day ha funzionato, ed è il fatto che non abbiamo proposto una forma tradizionale di protesta basata su un «pensiero unico» e su un unico modo di comportarsi. Noi abbiamo modestamente detto: ovunque voi siate, di qualunque cultura siete, quel giorno potreste fare qualcosa, quel che ritenete più utile, usando se volete il «marchio» Clandestino o anche no, aggregandovi a scala cittadina oppure facendo da soli. Non abbiamo proposto discipline o astratte «unità», piuttosto che la vita vera di chi fabbrica convivenza e nuova cittadinanza si mostrasse in pubblico liberamente.

La lezione che abbiamo ricavato è: la nuova forma della politica non ha un centro, né una linea di condotta uniforme, ma assomiglia alla vita sociale, con la sua pluralità, il suo disordine e la sua fantasia.

Noi siamo persone diverse per cultura, età, collocazione sociale, però siamo qui perché in comune abbiamo la convinzione che la democrazia sia ridotta a finzione. E quindi dovremmo trovare segni, narrazione, comunicazione e modi di stare insieme che finalmente aprano un solco con i vecchi e falliti modi di fare politica: già farlo insieme, tra diversi, sarebbe un fatto politico, o altro-politico. Ma forse possiamo fare un passo in più. E per farlo dobbiamo tornare un po’ bambini. Un mio amico, urbanista fiorentino, una volta fece una ricerca provando a immaginare come avrebbe potuto cambiare un quartiere della città dal punto di vista dei bambini. Ne concluse che la forma stessa di case e strade ne sarebbe uscita rivoluzionata.

Bene, noi abbiamo, come nei giochi delle costruzioni dei bambini, quelli di legno, i pezzi sparsi sul pavimento. Abbiamo ormai molte esperienze di democrazia radicale che hanno anche, spesso con successo, affrontato il rapporto con le istituzioni locali. Abbiamo un lavoro molto diffuso di produzione, distribuzione e consumo, ovvero di nuova economia, secondo parametri del tutto diversi da quelli del mercato capitalista. E abbiamo un lavoro teorico approfondito, su questo punto, quel che chiamiamo «decrescita», che ci suggerisce risposte al dramma del riscaldamento globale. Disponiamo anche di mezzi di comunicazione di una certa solidità, solo apparentemente marginali. Abbiamo una lunga esperienza di cucitura di relazioni con persone che vengono da lontano, e dunque siamo in grado di affrontare a viso aperto la questione più urgente, quella delle migrazioni, che ha a che fare con la stessa sostanza dello Stato, della nazione, della cittadinanza. In poche parole: disponiamo di tutti i pezzi della costruzione, anche se nel corso potremmo accorgerci che uno non si adatta all’altro e che bisogna ricostruirlo. Ma abbiamo il necessario per cominciare. Questo incontro si chiama «Democrazia chilometro zero». Non vi pare un buon nome? Quello «zero» sta a significare allo stesso tempo tutto l’immaginario che deriva dai nuovi modi dell’economia, il ciclo corto e la dimensione locale, e la necessità di ricominciare da capo. Certo, si possono trovare altri segni o nomi. Quanto alla comunicazione e alla narrazione, noi e quelli come noi, artigiani dell’informazione indipendente, cerchiamo da anni, in ogni modo e con un certo successo, di sollecitare narratori e analisti e giornalisti di strada a partecipare con noi al gioco che consiste nell’evadere dall’istantaneità e dalla sostanziale falsità di quel che chiamiamo «informazione» e altro non è se non intrattenimento o messaggi di lobby contro altre lobby. Ecco, facciamo sbocciare finalmente questa nuova comunicazione, tutti insieme, ciascuno dal suo luogo e sulla base della sua esperienza.

Infine, e soprattutto, i modi. Il nostro amico Francuccio Gesualdi ha proposto – attraverso Carta, Altreconomia e Valori – che ovunque si formino gruppi di studio i quali, magari sulla base di una traccia che un gruppo di «saggi», un «cantiere delle idee» ha loro fornito, cercano risposte alla domanda «come vogliamo che sia una società diversa da questa?». Noi aderiamo a questa proposta. Con una specificazione, che lo stesso Francuccio ha citato nel testo che abbiamo pubblicato: questo lavoro di ricerca, di formulazione di scenari, va affiancato a quel che le innumerevoli aggregazioni sociali già fanno. Ossia campagne e sperimentazioni. Sapendo che non viviamo in un mondo pacifico, che ad ogni azione corrisponde una reazione, che insomma si tratta di lottare, che il potere non sta a guardare ma a sua volta agisce. Tutti noi ricordiamo Genova nel 2001, vero? In conclusione, quel che proponiamo ai gruppi di lavoro è che non sprechiamo questa occasione dicendoci, domani pomeriggio, semplicemente «ci vediamo». Che al contrario qui si arrivi a scegliere il segno, il modo della comunicazione e la maniera di agire di qualcosa che non si può più definire «rete» né «movimento», per la quale la parola che mi viene in mente è «cerchio», come quello che si fa per conversare in modo amichevole, senza un centro, facendo sì che ciascuno si senta a suo agio, libero di essere quel che è ma aperto alle opinioni e ai sentimenti degli altri.

Pierluigi Sullo - direttore di "Carta"

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