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Democrazia Chilometro Zero: Sintesi dei lavori dei gruppi dopo l'incontro delle Piagge del 15-16 Ottobre 2009

Il 10 e 11 ottobre ci siamo visti alla Piagge, per «Democrazia chilometro zero» [DKm0], ospiti di Alessandro Santoro e della sua Comunità, subito prima che il vescovo di Firenze, Betori, decidesse di distruggere quel laboratorio di democrazia e di socialità [o almeno tentasse di farlo]. Ora la sintesi dei lavori, delle discussioni, delle chiacchierate di quelle due giornate è pronta. C’è voluto un po’ di tempo, perché bisognava comporre decine di interventi nei tre gruppi di lavoro e nelle due riunioni plenarie. La sintesi è quindi un lavoro collettivo, che per altro non pretende di essere esaustivo. Oltre che nel sito di Carta, lo inviamo a tutti coloro che si sono associati e/o hanno partecipato all’incontro. Con la preghiera di farlo circolare anche oltre, discuterlo e dare segnali di risposta – di critica, adesione, proposte… – a carta@carta.org e a chsasso@tin.it [indirizzo di Chiara Sasso, la nostra amica valsusina che si è presa l’onere di gestire la mailing list].

Premessa

Qui di seguito trovate i resoconti dei tre gruppi di lavoro a cui le oltre duecento persone che hanno partecipato a «Democrazia chilometro zero. Incontro per l’autogoverno», alle Piagge [Firenze] il 10 e 11 ottobre, si sono suddivise nel pomeriggio del sabato. Sebbene si tratti di resoconti piuttosto diversi tra, sembrerebbe che nei tre gruppi abbiano preso la parola un centinaio di persone, che, sommate alla quarantina che hanno parlato nelle assemblee plenarie di sabato e domenica mattina, fanno un totale non molto inferiore al numero dei partecipanti [anche se in diversi sono intervenuti sia nelle plenarie che nei gruppi di lavoro]. A curare i resoconti sono stati coloro che coordinavano i gruppi: Adriana Alberici, Anna Pizzo e Ornella De Zordo per il gruppo 1; Cristiano Lucchi e Sergio Sinigaglia per il 2; Andrea Morniroli, Iacopo Menichetti e Olimpia Gobbi per il 3. Questo testo è stato messo insieme da Pierluigi Sullo e Mario Pezzella. E’ evidente che non si tratta di verbali delle riunioni, perciò è possibile che qualcuno di quelli che hanno partecipato non vi si riconosca: invitiamo tutti a integrare e correggere scrivendo a carta@carta.org o, più in là, sulla mailing list che, tra altre cose, si è deciso di avviare.

In sintesi, e scusandoci preventivamente per le sommarietà e gli errori, vorremmo qui cercare di fare la sintesi delle sintesi, ossia elencare quel che ci pare assodato, concordato tra tutti, dopo le discussioni fiorentine, sia nei gruppi che nelle plenarie. E mettendo in conto ripetizioni e contraddizioni.

Primo. Ci pare di poter dire che i partecipanti, provenienti da quasi tutte le regioni italiane e da movimenti, reti, liste locali, associazioni dalle più diverse culture e attività, hanno concordato sulla necessità di creare, di fondare, una relazione stabile, una qualche forma di stabile comunicazione e concerto di attività comuni e di scambio di esperienze. Questa colleganza si può chiamare «Democrazia chilometro zero» [o, in sigla, DKm0].

Secondo. Che gli scopi di questa connessione sono quelli di promuovere una attività di base, magari supportata da gruppi di esperti sulle diverse tematiche, per la progettazione, derivante dalle esperienze sul terreno, del tipo di società che vorremmo [secondo la proposta di Francesco Gesualdi]; uno scambio di informazione e «narrazione» delle esperienze di ciascun gruppo o di ciascuna località, che serva a confrontare gli esiti degli uni con quelli degli altri, e di migliorarli o di prendere spunto per farli propri; campagne comuni [come quelle indicate dai gruppi] che, c come ad esempio è accaduto con il Clandestino Day, permettano a ciascuno di agire secondo le proprie peculiarità ed inclinazioni ma riconoscendosi in una «cornice» comune; una elaborazione collettiva, a partire dalle esperienze in corso, di forme di neo-democrazia da affermare a livello locale, e di un pensiero su questo decisivo tema.

Terzo. Che il primo impegno di chi ha partecipato all’incontro è di riportare nelle rispettive reti e comunità i contenuti della dibattito e le proposte, insieme alla domanda esplicita: vogliamo noi partecipare a una tale connessione, a tale fare e pensare insieme? Questo, ha detto in particolare Alberto Castagnola, è il passo necessario a fondare la rete su basi solide.

Quarto. Che la forma che questa connessione deve prendere è da definirsi in un ulteriore approfondimento: vi sono le esperienze di rete [come quella di Lilliput], vi è l’idea sommaria di un «cerchio» [proposta da Pierluigi Sullo in apertura, e ripresa d più persone], ossia di un consenso, sul da farsi, «senza centro», che si basi su una adesione ideale: in ogni modo, tutti hanno escluso forme verticali e gerarchiche, foss’anche basate su «coordinamenti, anche perché allo stato attuale delle idee, l’unica forma ipotizzabile di organizzazione è quella della rete

Quinto. E’ perciò necessario promuovere la comunicazione, prima di tutto via web. Una mailing list subito, un sito più avanti, l’uso dei media indipendenti disponibili, ecc. Si è sottolineato, da parte di Carta, come non si debba sentirsi minoritari davanti all’informazione liberista, così come non ci si sente minoritari di fronte alle potenze dell’economia e al complesso media-politica.

Sesto. La creazione di «liste di cittadinanza» [e non più «liste civiche»] è una variabile dipendente dal fare comunità, e dovrà essere fatta con l’obiettivo di ridurre il danno, per così dire, della rappresentanza, secondo quel che è stato elaborato nel gruppo su questa materia.

Settimo. Il senso generale della creazione di «Democrazia chilometro zero» sta, utilizzando le parole di Mario Pezzella in apertura, nella creazione di una nuova democrazia dal basso che consenta ai «clandestini», ossia la maggioranza della società esclusa dalle decisioni e soggetta all’imperio dell’economia, di affermare una nuova cittadinanza: sono i «cittadini insorgenti».

Il prossimo passo sarà l’invio di questo resoconto a tutto l’indirizzario di coloro che hanno partecipato o aderito all’incontro, chiedendo loro l’affermazione della volontà di partecipare a pieno titolo a Dkm0. Dopo di che si creerà una mailing list, nella quale verranno fatte circolare proposte di campagne o sollecitazioni di contenuto alla formazione dei «gruppi per il progetto sociale». Notizie, documenti, dibattito si troveranno stabilmente sul sito e nel settimanale di Carta. Si solleciteranno altri media indipendenti a partecipare.

Ecco i resoconti dei tre gruppi di lavoro.

Gruppo 1. «Sono stata/o eletta/o… e ora?»

L’assunto generale è che il gruppo assume il documento che sta alla base dell’appello pubblicato su Carta, la «Carta della democrazia insorgente», e si riconosce completamente nell’appello. Ci si è posti poi una serie di domande.

Quanto essere grandi?

E’ importante lavorare solo sul primo livello, mantenere cioè una dimensione che sia al massimo a livello di municipio. Solo così è possibile conservare il legame col territorio e mantenere il polso della situazione. Se ci si alza di livello, si rischia che venga a mancare questa relazione. Con questo non si intende dire che non debbano essere possibili dei coordinamenti, per esempio a livello provinciale, di liste dello stesso tipo o relazioni tra territori, sorta di «brecce sovraterritoriali» (Anna Pizzo). Questi collegamenti sono i benvenuti, ma sono da considerarsi come delle sperimentazioni. Il presupposto rimane che il territorio è di chi ci vive e che occorre promuovere un protagonismo locale. Come stare nelle istituzioni?

Scegliere una rappresentanza senza delega. Si può stare dentro e contro. Non bisogna avere paura della contaminazione perché siamo presenze «asistemiche». La nostra è una posizione scomoda perché siamo una voce indipendente, non vincolata, non strutturata, e stiamo nelle istituzioni per dare voce a chi non ce l’ha (Ornella De Zordo). Ancora: stiamo nelle istituzioni per dare forma ad azioni non pre-formate, non ingabbiate. Diamo vita a nuove forme di lotta «dentro». Siamo lì per destare scandalo.

Inoltre, dialoghiamo continuamente con la rete che ci sostiene (un esempio ne è la mozione sul carcere al consiglio comunale di Firenze portata avanti dalla lista perUnaltracitta grazie al lavoro della rete «Liberarsi»: De Zordo). Utilizziamo le istituzioni come strumento (ad esempio per avere accesso ai documenti). Il nostro percorso, d’altra parte, non è del tutto tracciato e non è scontato (Marco Palma, No Dal Molin di Vicenza). Insomma, vogliamo essere caratterizzati da una disorganizzazione organizzata.

Un altro aspetto importante è la nostra fluidità, la capacità di spostarsi, di intercettare il disagio o, peggio, il tentativo da parte dei partiti, di impadronirsi di spazi inizialmente aperti da noi. Dobbiamo avere la prontezza di abbandonare questi spazi ed aprirne degli altri (Brunelli, Falconara).

Dobbiamo avere delle regole?

E’ importante avere delle regole anche se non un vero e proprio vademecum. Si possono porre dei limiti alla ripetibilità del mandato o si può stabilire una rotazione (è stato sperimentato anche un meccanismo a sorteggio per decidere chi sta nelle istituzioni: Anna Pizzo, Brunelli). Possono esserci delle regole anche sui contenuti politici, e quindi si può stabilire un potere di revoca in caso di mancato rispetto del mandato.

Si può stabilire un meccanismo di co-decisione col movimento (vedi il Coordinamento di Capannori, dal quale sono per principio esclusi gli eletti: Alessio Ciacci).

Le nostre sono «liste di cittadinanza» e non più «liste civiche».

Mentre le liste civiche nascono su istanze territoriali precise, le liste di cittadinanza intendono promuovere un approccio a tutto tondo per un’alternativa al governo della città rispondendo ai bisogni concreti delle persone.

La cittadinanza, come si legge nella Carta della democrazia insorgente, presuppone la salvaguardia del luogo e la cura della qualità di vita e quindi corrisponde alla condizione concreta di «abitante della città».

Per questi scopi la formazione è importantissima. E’ basilare la condivisione dei saperi e delle competenze, anche per sviluppare tecniche per stare al meglio dentro e contro le istituzioni (per esempio, occorre diventare bravi nel gestire gli strumenti consiliari, ad esempio mozioni, interrogazioni, proposte ecc.). In questo senso, stanno nascendo delle vere e proprie scuole di formazione politica (esempi concreti si trovano a Falconara e Capannori).

Costruzione di una coscienza politica, di un «noi» politico.

Più volte (sempre da Franca Caffa, ma comunque condivisa) è stata evocata l’importanza di far rientrare il sociale nei nostri metodi e nelle nostre campagne, per non perdere di vista gli strati della popolazione che si trovano più in difficoltà. Lo stare dalla parte degli ultimi, che non trovano rappresentanza, dovrebbe essere la base delle nostre azioni. Per quanto riguarda chi sta nelle istituzioni e si batte per una cittadinanza attiva, si dovrebbero elaborare delle nuove politiche della città, miranti all’inclusione sociale, alla lotta contro il precariato e contro la sottrazione dei servizi pubblici alla collettività più bisognosa, insomma che facciano della difesa dei diritti fondamentali la base del proprio discorso politico.

Cosa vorremmo che nascesse dall’incontro dal punto di vista operativo

Vorremmo che partisse innanzitutto un autocensimento, che consideriamo il primo passo verso il collegamento tra di noi. Quest’ultimo, che può essere realizzato pensando ad un «cerchio», diventerebbe il mezzo per: fornire a tutti, vicendevolmente, supporto; costruire la rete; assicurare periodicità negli incontri (il gruppo ha più volte sottolineato l’importanza di incontrarsi periodicamente di persona anche per fare, in modo più concreto, testimonianza su quello che si costruisce localmente); garantire il legame con le campagne lanciate a livello nazionale e locale.

Gruppo 2. «Come stiamo insieme?»

Forse non è stato un caso che questo sia il gruppo che ha registrato la maggiore partecipazione. La dimostrazione che il “mezzo” è il “fine”, ossia un rovesciamento dell a politica novecentesca e occidentale, almeno come aspirazione. Ovvero: i modi che si scelgono per aggregarsi, il tipo di relazione che si crea tra le varie soggettività, siano esse singole o collettive, determina il cammino intrapreso. Il confronto è stato serrato, se su più di ottanta partecipanti ci sono stati circa quaranta interventi. Su un punto tutti si sono dichiarati d’accordo: è necessario dare continuità a questo tipo di incontri. ,Più in generale, attraverso il web ma anche con altre forme deve proseguire lo scambio di esperienze tra i vari cortili, capace di valorizzare le conoscenze acquisite, condividerle e farne patrimonio comune anche al fine di promuovere campagne su obiettivi comuni e condivisi. Alcune campagne ci sono già, vedi il forum sull’acqua, o la felice, recente esperienza del “Clandestino Day”. Altre ne possono nascere su temi altrettanto essenziali, come la difesa del territorio o il nucleare.

Però è altrettanto fondamentale riflettere sulle esperienze passate e capire perché altre reti non hanno funzionato. Nel corso della discussione più volte è stato fatto l’esempio della Rete Lilliput [Davide Biolghini e Riccardo Troisi, in particolare] conclusosi dopo alcuni anni di interessante sperimentazione. Così come sarebbe utile guardare anche all’esperienza realizzata con il “Patto di mutuo soccorso”, che con i suoi meriti e i suoi limiti, può fornire spunti di riflessione In ogni caso vanno bene le reti, ma attenzione alla valorizzazione dei piccoli gruppi, nella consapevolezza che le relazioni personali sono importanti per cercare cambiare il nostro modo di fare. Una compagna di Roma, Adriana, ha fatto l’esempio dell’esperienza di un’area di donne che sta seguendo una dinamica imperniata, appunto, su dinamiche molecolari e ha proposto, a proposito di campagne, il lancio di una «primavera italiana», e di una «carovana» che attraversi l’Italia. Tutto questo nella consapevolezza che non partiamo da zero. La “cornice”, in parte, c’è già, si tratta di uscire dalla sola dimensione locale e acquisire una visione più ampia. Un primo passo può essere un «auto-censimento» dei gruppi che si muovono nel territorio. Un modo per consolidare e coinvolgere tutte le reti attive.

Ma l’atto preliminare “per avviare un qualunque processo di collegamento che hanno aderito all’appello di DKm0 – ha detto Alberto Castagnola – è necessario avere la sicurezza che ogni associazione, rete o gruppo sia convinto della necessità di cominciare a muoverci in modo collettivo. Quindi i presenti dovrebbero riportare quanto è stato qui detto e discusso all’organizzazione di appartenenza e far esprimere una adesione largamente condivisa a questa esigenza e, se possibile, formulare proposte e suggerimenti operativi funzionali al collegamento tra realtà. che in ogni caso restano autonome e indipendenti sul rispettivo territorio.”

Per dare continuità ai contenuti dell’appello il gruppo di lavoro ha infine, in sintesi, convenuto che bisogna: legare l’analisi, o il progetto, come nella proposta di Gesualdi, all’azione; promuovere incontri periodici a livello locale e nazionale per confrontarsi faccia a faccia sulle cose in agenda; creare nuovi e inclusivi metodi di lavoro, che superino l’assemblearismo, non sempre funzionale agli obiettivi, creando una mailing list, forse un sito, utilizzando i mezzi di comunicazione disponibili [sempre Castagnola ha chiesto a Carta di dedicare uno spazio permanente sul settimanale al dibattito.

Un maggior dettaglio, a proposito del lavoro di ricerca proposrto da Gesualdi è venuto da Castagnola nel dibattito della domenica mattina. All’interno delle reti già funzionanti o dei gruppi di maggiori dimensioni si possono organizzare dei gruppi di esperti o di persone qualificate (non necessariamente esperti di livello nazionale o internazionale) che elaborino analisi o proposte da sperimentare in concreto e da comunicare agli altri gruppi e organizzazioni; le persone non attive in associazioni o che abitano in aree periferiche dovrebbero essere incoraggiate a costituire dei gruppi di persone interessate che inizino a discutere e a studiare e costituiscano dei luoghi di aggregazione connessi alle altre iniziative che saranno promosse od organizzate dalle reti e dalle associazioni di maggiori dimensioni e più vicine. Per il primo tipo è stato suggerito un nome accattivante: “Cantieri della Critica”, ma altri se ne possono trovare.

Gruppo 3. «Su cosa stiamo assieme»

Ai lavori del gruppo hanno partecipato più di 60 persone, delle quali circa 30 sono intervenute nel dibattito.

In premessa, quasi tutti gli interventi hanno sottolineato come le tante differenze e diversità presenti a Firenze siano un valore da rispettare e valorizzare nella definizione di un cammino comune, evitando l’errore di proporre modelli unici, di fare tentativi di sintesi di un universo che sintetizzabile non è.

Tutti gli interventi hanno poi sottolineato, se pur con toni diversi, la necessità di costruire a partire dalle nostre aggregazioni specifiche, una rete più ampia, capace di connettere nodi, di definire una prospettiva di cambiamento e alternativa. Così come nella stragrande maggioranza degli interventi è emersa la volontà di creare legami, occasioni di incontro, confronto e occasioni per fare insieme non tanto scegliendo delle priorità o stabilendo improbabili ed inutili gerarchie tra i nostri interessi, ma cercando di comprendere ed individuare terreni di riflessione e di azione trasversali alle nostre diverse realtà ed iniziative. Soprattutto, è emersa la richiesta di costruire legami come cucitura delle soluzioni e dei modelli alternativi che già stiamo praticando nei luoghi e in concreto.

Un secondo ambito di riflessione ha riguardato la proposta di «gruppi di studio» contenuta nel documento di Francuccio Gesualdi e rilanciati nel suo intervento di apertura. A parte il nome, che non piace a nessuno, la proposta ha sollevato interesse, inoltre sono state individuate. per i gruppi, le seguenti finalità: far emergere i saperi che costruiamo con il nostro fare, per valorizzarli, metterli in rete, utilizzarli come base per la costruzione di una prospettiva comune e condivisa capace di andare oltre i nostri ambiti specifici; individuare gli intrecci che legano le nostre diverse attività; far emergere non solo quello su cui siamo d’accordo ma anche mettere in discussione i temi, le questioni sulle quali fra noi ci sono differenze e diversità di pensiero, al fine di comprendere meglio, discutere in profondità, allargare l’area di quello che condividiamo; provare a elaborare nuovi linguaggi, capaci di arrivare all’insieme delle comunità in cui lavoriamo.

Un terzo tema di confronto è stato quello delle «comunità locali», dei luoghi. Tutti hanno concordato nel dire che, se è vero che nelle comunità locali non c’è solo il bello ma anche il brutto, non si sentono solo i «profumi», ma anche le «puzze» che a volte caratterizzano il sistema di relazioni tra diversi, è altrettanto vero che non possiamo lasciare ciò che non ci piace, le paure e le pulsioni negative, alla Lega o a chi le usa alimentandole ed incattivendole per incassare facile consenso e distrazione dai problemi reali. Dobbiamo tener conto della necessità e dell’urgenza di farsi carico delle rabbie e della cattiveria che spesso le comunità esprimono verso i più fragili. In altre parole, occorre farsi carico delle difficoltà e dei conflitti portandoli dentro ad ambiti di incontro e mediazione in cui i diritti di tutti gli attori coinvolti vengano riconosciuti, rispettati e fatti convivere.

Inoltre, è emerso che stare nelle comunità per noi significa: proporre forme di «riappropriazione sociale dei luoghi», ad iniziare dal dire che acqua, aria, terra ed energia devono rimanere pubblici, non possono essere messi sul mercato e privatizzati; porre l’accento sulla buona qualità dei luoghi di vita e del vivere delle persone, ad iniziare dal tema dei lavori e del superamento della precarietà; mettere al centro la persona e i suoi bisogni primari; muovere una critica radicale al modello di sviluppo semplicemente perché non rispetta i tempi di rigenerazione della natura [ad iniziare dal no alle grandi opere e alle grandi infrastrutture e dal rilancio dell’agro-zoo-tecnica]; attivare metodi di partecipazione affinché siano le popolazioni a scegliere gli assetti del territorio e le forme dei paesaggi.

Infine, il gruppo ha proposto alcune proposte di possibili attività e scelte comuni, e specificatamente: una campagna nazionale, da subito, contro la scelta nucleare che sembra tornare ad essere un pericolo concreto, magari nella forma del «Clandestino Day», una giornata in cui, attorno a contenuti comuni e condivisi, ognuno si possa esprimere secondo il suo stile, la sua storia, le sue competenze e attitudini; rileggere un tema come quello del «lavorare meno, lavorare tutti», declinato come superamento della precarietà e legato alla rivisitazione dei modi di produrre e al tema della decrescita; usare il logo «DKm0» per la promozione e la valorizzazione di tutte le campagne anche locali ma che possono essere intese, per contenuti e temi, di interesse di tutti; proporre modalità anche simboliche di impegno che riescano a coinvolgere anche i singoli cittadini [come fu ad esempio per le bandiere della pace].

Carta

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